La Banca è responsabile per il danno economico subito dai clienti, che hanno acquistato i diamanti in filiale e va condannata al risarcimento: questo – in estrema sintesi – il chiarissimo principio affermato dal Tribunale di Verona nell’ordinanza depositata ieri, 23 maggio (Giudice Dott. Massimo Vaccari).

Il provvedimento – con pregevoli argomentazioni – ripercorre l’intera vicenda che ha interessato, purtroppo, tantissimi risparmiatori, coinvolti nel recente crack della Intermarket Diamond Business S.p.A. (IDB), la società che vendeva le pietre, a scopo investimento, attraverso gli sportelli di alcune importanti Banche italiane.

Il Giudice – dato atto delle precedenti pronunce dell’Antitrust e del TAR Lazio – ha messo in rilievo, con inciso condivisibile, il difetto di informazione corretta circa le varie componenti del prezzo di acquisto dei diamanti. Il cliente era del tutto ignaro che il costo complessivo comprendesse solo in (minima) parte il valore reale della pietra e fosse gravato, invece, da una pluralità di oneri accessori: ciò, anche per effetto della pubblicazione da parte di IDB, sui quotidiani economici e sul materiale promozionale, delle cc.dd. “quotazioni”, che – ben lungi dal rappresentare un listino ufficiale – non erano altro che i prezzi di acquisto dei diamanti decisi dalla stessa società venditrice.

È significativo quanto si legge nell’ordinanza: “La rimessione alla sola IDB della definizione dei prezzi di vendita dei diamanti consentiva ad essa anche di fornire una rappresentazione fuorviante dell’andamento di quello che era presentato come il mercato di tali preziosi, volta ad avvalorare la bontà dell’investimento in essi in termini di convenienza e redditività di lungo periodo (nelle brochure prodotte sub e sub 10 dal Banco si affermava, rispettivamente, che era “Un rendimento sicuro nel tempo” e che la sua “quotazione” era destinata ad aumentare naturalmente) e al contempo evitava di dar conto delle oscillazioni di prezzo, che invece vengono oggettivamente registrate dai diversi indici basati sulle rilevazioni di contrattazioni”.

E proprio a tal riguardo, il Tribunale mette in luce l’ingannevolezza dell’informazione a scapito dell’investitore, centrando il “cuore” della questione: rivendibilità e redditività dei diamanti erano state falsamente esaltate dai collocatori, perché erano inevitabilmente collegate all’eventualità che fosse una società controllata da IDB a rivenderli in un circuito chiuso e alle “quotazioni” indicate dalla stessa IDB.

Di tale circostanza era perfettamente consapevole la Banca, dal momento che la scarsa liquidità dell’investimento risultatava anche dalle sue linee guida, dove si raccomandava di non superare una certa soglia di capitale investito proprio perché la liquidità era ridotta ed erano previste considerevoli commissioni di vendita.

Il Giudice “smonta” la tesi difensiva della Banca (fondata essenzialmente sul ruolo di presunta “mera segnalatrice” dell’interesse di acquisto), mettendo in fila una serie di assunti, logico e coerenti, che meritano condivisione.

L’ordinanza, infatti, sottolinea che – proprio dalla documentazione acquisita in giudizio – si ricava il “ruolo promozionale della vendita dei diamanti che l’istituto di credito aveva assunto” e, soprattutto il fatto che la Banca avesse “un fortissimo interesse economico alla conclusione dei contratti di acquisto dei diamanti poiché da ciascuna transazione ricavava una consistente provvigione” e che, inoltre, “si prefiggesse, a mezzo dell’accordo con IDB, di conseguire da quella attività un aumento delle vendite di servizi bancari aggiuntivi”.

È proprio per perseguire tali interessi che la Banca non si limitava al ruolo di segnalatrice, ma sollecitava effettivamente l’interesse del cliente, proponendo quel tipo di investimento: la Banca – dice il Giudice – “quindi aveva l’obbligo, e non solo l’interesse, a promuovere presso la propria clientela la conclusione dei contratti di compravendita operando come intermediario a favore di IDB”.

In proposito, è significativo che tali circostanze siano emerse, oltre che dalle evidenze documentali, anche dall’escussione dei testi, in particolare del funzionario della Banca: il Tribunale precisa, infatti, che “il coinvolgimento dell’istituto di credito era essenziale per favorire la conclusione delle vendite dei diamanti perché, non solo la rete bancaria costituiva il principale canale di cui serviva IDB, ma perché esso valeva a conferire affidabilità a tale attività, data la fiducia che i clienti riponevano nella banca in virtù del rapporto preesistente con essa”.

Questo è l’aspetto centrale della vicenda, che fa emergere la responsabilità della Banca, sotto il profilo dell’incolpevole affidamento del cliente, che – proprio a fronte della “garanzia” del proprio Istituto – si era determinato ad effettuare l’investimento.

Interessante è anche l’ulteriore profilo su cui si sofferma l’ordinanza: la condotta omissiva, e quindi anch’essa fonte di responsabilità, della Banca, la quale ha ammesso di non aver operato alcuna verifica sul contenuto della proposta di vendita, sebbene l’ordine fosse stato concluso presso i suoi locali e dietro espressa sollecitazione.

Quanto al fondamento normativo della responsabilità della Banca, il Tribunale – con tesi non del tutto condivisibile – nega che esso possa ricondursi alla violazione della disciplina prevista dal T.U.F. (Testo Unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria), “atteso che il diamante non può essere considerato uno strumento finanziario” (Cass. 15 aprile 2009, n. 8947; Cass. 5 febbraio 2013, n. 2736).

La fonte della responsabilità della Banca va invece individuata, secondo il Giudice, nel rapporto intercorso tra il cliente e l’istituto di credito in relazione all’acquisto dei diamanti e nell’ambito del quale il primo ha posto affidamento in un dovere di diligenza gravante in capo al secondo, in virtù delle sue specifiche competenze professionali: la norma interessata è l’art. 1173 c.c., perché la Banca ha violato l’obbligo di informazione e di protezione nei confronti del risparmiatore.

Non solo. Il Tribunale individua, correttamente, anche una base contrattuale per gli obblighi gravanti sulla Banca, con conseguente applicabilità dell’art. 1218 c.c., visto che l’attività di vendita dei diamanti, alla quale quest’ultima ha contribuito, può farsi rientrare nelle attività connesse a quella bancaria, ai sensi dell’art. 8, comma 3, del D.M. 6 luglio 1994 (“attività accessoria che comunque consente di sviluppare l’attività esercitata”): in questo senso, la buona fede non si limita al dovere di rispettare la legge e gli accordi contrattuali, ma diventa “buona fede integrativa”, presupponendo anche obblighi di protezione dell’altro contraente. Obblighi, nel caso di specie, del tutto disattesi.

Dall’accertata responsabilità della Banca discende, come logico corollario, l’accoglimento della domanda di risarcimento dei danni, in conseguenza dell’acquisto dei diamanti: il Tribunale, infatti, ritiene giustamente sussistente una responsabilità solidale con IDB, in virtù dell’art. 2055 c.c.

Sulla base di tale assunto, il danno viene quantificato, in via equitativa, nella differenza tra il prezzo pagato dal cliente e il reale valore dei diamanti, ad esito di perizia di stima diretta sulle pietre: peraltro, è indicativo che il Tribunale abbia respinto la richiesta della Banca di diminuire tale importo ai sensi dell’art. 1227 c.c., dal momento che il risparmiatore non poteva certamente essere in grado di evitare il pregiudizio, non essendosi mai reso conto delle effettive caratteristiche dell’investimento. La Banca è stata condannata anche a pagare le spese legali al cliente.

Si apre, quindi, la strada per i risarcimenti concreti: come avevamo già anticipato nelle settimane scorse in un altro articolo, ferma restando la richiesta di restituzione dei diamanti da presentare al curatore fallimentare della IDB – qualora fossero stati lasciati in custodia a quest’ultima -, l’azione civile nei confronti delle Banche si rivela la strada più convincente per ottenere la giusta ed effettiva tutela dei diritti degli investitori.