Sarà vero che tutto cambia, ma ciò che è accaduto nell’area del diritto dell’informazione – penso alla diffamazione e alle nuove forme d’offesa del revenge porn o al cyberbullismo– sa di rivoluzione: ma non è un bel sentire.

Mi occupo di diritto dell’informazione da più di dieci anni. Da giovane avvocato ho vissuto la preziosa esperienza di assistere giornalisti illustri, soprattutto televisivi, proprio in cause di diffamazione, ma era un altro mondo. Ho 40 anni, ma prima dei social network era un altro mondo davvero.

Andiamo con ordine e iniziamo dalla fine, dalle notizie di questi giorni: Chris Hughes, cofondatore di Facebook, ha dichiarato che, secondo il suo punto di vista, Mark Zuckerberg sarebbe un pericolo per la democrazia e che il più grande errore della Federal Trade Commissionne gli ultimi anni sarebbe stato quello di consentire a Facebook di acquisire Instagram e WhatsApp.

In Italia, Facebook negli ultimi giorni ha dichiarato di aver chiuso 23 pagine italiane con più di 2.4 milioni di follower colpevoli, a suo dire, di diffondere notizie false e istigare all’odio.

Che Facebook sia divenuto, in alcuni ambiti, il circolo dell’odio è notizia triste e risaputa: i commenti carichi di insulti e volgarità sono all’ordine del giorno. Dietro una tastiera all’utente sembra di possedere una patente di impunibilità: ad un post diffamatorio spesso si aggiungono commenti altrettanto offensivi, ma in questo quotidiano rito pagano, ognuno ha il suo cerino in mano, il suo profilo di responsabilità. Per la diffamazione, che definirei “sismica” per i suoi effetti, ognuno paga per sé.

Se più di duemila anni fa, nessuno fu chiamato a rispondere del grido: “Barabba Barabba!”, oggi chiunque deve rispondere delle proprie parole. È la legge, bellezza.

La giurisprudenza, già da tempo, ha considerato il profilo Facebook quale luogo aperto al pubblico, in considerazione del fatto che l’accesso risulta consentito a tutti gli utilizzatori del social network(Cass. 37596/2014). In considerazione dell’ampia pubblica diffusione, l’utilizzo improprio spesso porta alla contestazione di alcuni reati, che hanno come presupposto proprio la comunicazione con più persone e, pertanto, la divulgazione rivolta a un numero indefinito di soggetti.

La casistica è ampia ed eterogenea: si passa dalle molestie (art. 660 c.p.), agli atti persecutori – penso allo stalking (art. 612 bisc.p.) – all’ipotesi più frequente, quella della diffamazione ex art. 595 c.p.aggravata appunto dal fatto che l’offesa dell’altrui reputazione “è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità̀” (in questo caso,“la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516”).

Eppure sembrano contare di più gli insulti, falsamente ritenuti impunibili.

Credo che questo aspetto sia dovuto alle proporzioni del fenomeno: nella sola Italia (dati 2018), circa 34 milioni di persone hanno un profilo Facebook, l’onda di odio dunque è così imponente e potenzialmente investe un numero così grande di persone, che la notizia delle condanne per diffamazione aggravata non riesce a stare al passo con la propagazione delle offese online.

D-Link, azienda leader nel settore della tecnologia wireless e del networking, ha da poco realizzato la campagna #ConnettitiResponsabilmente, con la quale intendeva promuovere un utilizzo responsabile della connettività e incentivare un comportamento positivo online. Nel suo studio, ha tracciato i commenti e i tweet legati alle recenti elezioni politiche del 4 marzo. I risultati hanno confermato che il partito degli urlatori sui social network vince su tutti.

Dall’inizio dell’anno sono stati analizzati quasi 2 milioni di contenuti. Si trattava di messaggi verso i candidati, i partiti o verso altri elettori e ciò che è emerso è che il 38 % di questi (circa 750.000) era connotato da negatività e ben 135.000 contenevano volgarità o insulti espliciti. I messaggi che auguravano la morte (o minacciavano di uccidere) sono più di 15.000, quelli che contenevano riferimenti alla violenza quasi 19.000. Analizzando l’astio verso i partiti, ad essere presi di mira sono stati soprattutto il Pd (39%) e il M5s (34 %), a seguire Lega (12%), Casa Pound (5%) e, Forza Italia con il 4%.

Naturalmente non intendo fare l’analisi di comunicazione politica del dato, ma credo sia estremamente rivelatore.

E c’è un altro grande tema che riguarda i nostri dati: molti utenti hanno abbandonato Facebook dopo lo scandalo Cambridge Analytica, ma non ne hanno abbandonato del tutto l’ecosistema, perché continuano ad utilizzare Instagram e WhatsApp. Molte persone non sanno nemmeno che queste piattaforme sono state acquistate da Mark Zuckerberg, continuando a regalare “merce” preziosa, secondo l’aurea legge del marketing moderno che afferma: se tu non paghi per un prodotto, il prodotto sei tu.

Ma di questo su altro argomento ci risentiamo a breve. Stay tuned.