Sono davvero tanti i risparmiatori, che si sono trovati coinvolti nel recente crack della Intermarket Diamond Business S.p.A. (IDB), la società che vendeva diamanti, a scopo investimento, attraverso gli sportelli di alcune importanti Banche italiane. Un investimento rivelatosi fallimentare. In senso letterale.

La IDB – con sentenza del Tribunale di Milano del 15 gennaio 2019 – è stata dichiarata fallita: ciò significa che i clienti devono innanzitutto agire per la rivendica delle pietre, se lasciate in deposito presso la società.

Questo è il primo passo: rientrare in possesso dei diamanti.

Si apre poi il capitolo, certamente più gravoso, del risarcimento dei danni, perché il valore iniziale dell’investimento sembrerebbe essersi ridotto di circa il 75-80%, se non di più: un vero e proprio tracollo, del quale potrebbero rispondere anche le Banche, che hanno operato insieme alla IDB per la commercializzazione dei diamanti.

La responsabilità era già stata messa in evidenza nell’ottobre del 2017: l’Antitrust aveva irrogato pesanti sanzioni nei confronti di tali Banche, qualificandone la condotta come “pratica commerciale scorretta”, consistita nella prospettazione omissiva e ingannevole ai consumatori di alcune caratteristiche dell’investimento.

Ed è proprio nella violazione del Codice del Consumo che si mette a fuoco la responsabilità e, quindi, la possibilità di risarcimento per i clienti.

Tanto ciò è vero che il TAR Lazio, con alcune sentenze “gemelle” del novembre 2018 (impugnate poi dinanzi al Consiglio di Stato), ha confermato le sanzioni, aderendo alla ricostruzione dell’Antitrust e sottolineando il ruolo “attivo” delle Banche nella dinamica contrattuale complessiva: anzi, dall’istruttoria dell’Autorità è emerso che la pratica commerciale scorretta sia stata favorita proprio dal canale di vendita, costituito dalla rete bancaria.

Un dato è assai significativo in chiave di risarcimento dei danni: il Giudice amministrativo ha sottolineato che, ai fini dell’imputabilità dell’illecito ai sensi del Codice del consumo, ciò che rileva è che il professionista (ossia la Banca) abbia contribuito, in qualità di co-autore, alla realizzazione dell’illecito, non solo quando il contegno sia stato condizione essenziale per la violazione, ma anche quando abbia determinato un’agevolazione dell’altrui condotta, traendone un diretto vantaggio economico.

Nel caso della vendita dei diamanti, il difetto di diligenza rilevabile dal complessivo comportamento delle Banche pare essere piuttosto evidente: come si legge nelle sentenze, un operatore qualificato non poteva certamente tralasciare i numerosi profili di ingannevolezza nel materiale pubblicitario sottoposto ai clienti, attinenti alla falsa rappresentazione dell’andamento del mercato, con una costante (ma inesistente) crescita dei valori, e delle condizioni di ricollocamento delle pietre, con apparente facilità di disinvestimento.

Il punto essenziale è l’asimmetria informativa tra professionista e cliente, che ha determinato il notevole danno economico, rappresentato dalla sproporzione tra valore e costo dell’investimento: questo sarebbe il cuore di una causa di risarcimento.

L’azione civile nei confronti delle Banche, dunque, potrebbe rivelarsi la strada più convincente per ottenere la giusta tutela dei diritti dei risparmiatori.