Nuovo recentissimo intervento della Suprema Corte (Sez. I civile, ordinanza 24 maggio 2019, n. 14321), che torna ad esprimersi – in senso positivo – sulla possibilità, per il cliente, di formulare istanza per ottenere documentazione dalla Banca anche in sede processuale e sul connesso rapporto “di forza” tra art. 119, comma 4, Testo Unico Bancario e art. 210 c.p.c.

La presa di posizione, già anticipata da precedente pronuncia (Cass. Civ., sez. I, 11 maggio 2017, n. 11554), supera, a beneficio del cliente, l’interpretazione tradizionale sul tema.

La richiesta documentale, infatti, viene formulata – per prassi – già in sede stragiudiziale, al fine di poter procedere alla compiuta analisi, contrattuale e tecnico-contabile, del rapporto: l’aver correttamente proposto tale istanza consente – in caso di mancato adempimento da parte della Banca – di chiedere e ottenere, in giudizio, un ordine di esibizione ex art. 210 c.p.c. avente ad oggetto i documenti non consegnati.

Su tale aspetto non sono mai stati sollevati particolari dubbi interpretativi: la soluzione, ricorrente e pacifica, ha sempre individuato un onere di richiesta preventiva a carico del correntista e la conseguente inammissibilità della successiva istanza di esibizione giudiziale, qualora detto onere non sia stato debitamente assolto.

In altri termini, l’attore che – pur essendo consapevole della carenza della documentazione in suo possesso – non si fosse attivato ex art. 119, comma 4, c.p.c., non avrebbe poi potuto utilizzare la “scorciatoia” giudiziale per imporre alla controparte la produzione (tardiva).

In tal senso, si era espressa la costante giurisprudenza:

L’attore non può fondare la propria pretesa, che trovi magari fondamento in un’allegazione generica, su un mero orientamento giurisprudenziale e senza la produzione di tutta la documentazione a sostegno della pretesa fatta valere […]. Tale carenza è proprio quella riscontrabile nell’azione che ci occupa e ad essa non può sopperire […] l’ordine di esibizione del giudice ex art. 210 riferito, nell’istanza di parte, al “…deposito di copia di tutti i contratti, estratti conto, modifiche unilaterali delle condizioni di conto corrente ed ogni altro documento in possesso della Banca” (tra le tante: Trib. Firenze, sez. III civ., 14 ottobre 2014).

Tuttavia, sul punto – assolutamente decisivo per moltissimi giudizi – , si è registrato un primo intervento della Suprema Corte (la citata n. 11554/2017), che ha fornito una nuova interpretazione, secondo cui “Il potere del correntista di chiedere alla banca di fornire la documentazione relativa al rapporto di conto corrente tra gli stessi intervenuto può essere esercitato, ai sensi del comma 4 dell’art. 119 del vigente testo unico bancario, anche in corso di causa e a mezzo di qualunque modo si mostri idoneo allo scopo”.

A dire della Cassazione, dunque, il diritto del correntista di chiedere alla Banca la documentazione mancante (e, comunque, qualsiasi tipo di documento, nei limiti di legge) potrebbe essere esercitato anche – per la prima volta – in sede di processo, con qualsiasi mezzo idoneo a raggiungere lo scopo.

Il cuore del ragionamento (già presente, per la verità, in alcune precedenti pronunce minoritarie, cfr.Trib. Palermo, sez. V civ., 31 gennaio 2017) è fondato su una forte attenzione alla concreta effettività del principio di trasparenza nell’informazione bancaria:

nell’assegnare al «cliente, colui che gli succede a qualsiasi titolo e colui che subentra nell’amministrazione dei suoi beni» la facoltà di ottenere opportuna documentazione dei propri rapporti bancari, la norma del comma 4 dell’art. 119 TUB non contempla, o dispone, nessuna limitazione che risulti in un qualche modo attinente alla fase di eventuale svolgimento giudiziale dei rapporti tra correntista e istituto di credito”.

Il filo logico-giuridico si appunta sulla considerazione che la norma in questione attribuisca al correntista una libera facoltà di richiesta documentale, non imponendo alcun onere preventivo, che ne possa limitare, successivamente, l’azione giudiziale.

La conferma di tale impostazione arriva, adesso, con l’ordinanza del 24 maggio 2019: i Giudici di legittimità rigettano la soluzione, secondo cui l’esercizio di questo potere di accesso e/o richiesta della documentazione alla Banca, sarebbe limitato alla fase anteriore all’avvio del giudizio.

Il dictum non lascia spazio a dubbi:

Il diritto del cliente ad avere copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni, sancito dall’art. 119 TUB ha natura sostanziale e non meramente processuale e la sua tutela si configura come situazione giuridica ‘finale’, a carattere non strumentale. […] Questo rilievo, a cui ha fatto seguito la notazione che la norma dà vita a una facoltà che non è soggetta a restrizioni e, specularmente, ad un dovere di protezione in capo all’intermediario, unito al fatto che, nel panorama delle garanzie apprestate dalle norme in materia di trasparenza bancaria, l’art. 119, comma 4, TUB costituisca, forse, uno degli strumenti più incisivi a tutela della clientela, è ragione per tributare alla norma un raggio ampio di efficacia, che non ne circoscriva l’applicazione alla sola fase stragiudiziale del rapporto correntista-banca, ma che, al contrario, proprio nel giudizio veda realizzato il proprio scopo. […] In tal modo, si è venuto ridisegnando il rapporto tra la norma in disamina e l’art. 210 cod. proc. civ.”.

Non mancheranno opinioni discordanti: si tratta, effettivamente, di una rivoluzione copernicana nell’approccio a molte questioni del contenzioso bancario e, in particolare, a quella dell’onere della prova, vera e propria cartina al tornasole dei relativi giudizi.

L’apertura alla possibilità di richiedere la documentazione alla Banca anche in corso di causa certamente agevola la posizione del cliente; tuttavia, non possiamo esimerci – per chiarezza e onestà intellettuale – dal rilevare che è sempre preferibile fare istanza per ottenere eventuali documenti mancanti già in sede stragiudiziale: la completezza dell’analisi del rapporto bancario, infatti, consente di adottare una strategia più consapevole nell’approccio alla controparte e, soprattutto, di avviare un’azione giudiziaria “consapevole”, fondata su una relazione tecnica affidabile.